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6. Navigare in
rete
Il verbo navigare, adottato per questa peculiare modalità del viaggio,
deriva ovviamente dal viaggio per mare, rafforzato dal reimpiego
astronautico. L'adozione di questo termine intende infatti denotare
la più ampia possibilità di muoversi in tutte le direzioni, nelle
tre dimensioni spaziali, e in una quarta dimensione di tipo nuovo,
che non è propriamente quella temporale, ma quella della virtualità.
Si tratta di una dimensione ancora da comprendere appieno, essendo
nello stesso tempo immaginaria e progettuale, vale a dire un mondo
di finzione, destinato a rimanere tale, e insieme un progetto potenzialmente
realizzabile nel futuro.
In maniera analoga il navigatore in rete è una figura
multiforme, ancora in gran parte da identificare. Egli, almeno per
ora, è innanzitutto una figura del transito, vale a dire un viaggiatore
che trova il senso della sua mobilità nell'esecuzione, più che nelle
motivazioni di partenza o nelle finalità dell'arrivo. E' il viaggiatore
per il quale la meta perde relativamente interesse, e in un certo
senso permane nel cuore del viaggio, che è lo spostamento reiterato
se non perpetuo. La sua ragion d'essere va dunque assimilata e messa
a confronto con quella di altre figure del transito quali il picaro,
il cavaliere errante, il chierico vagante, il pendolare.
Come il picaro, il
navigatore si aggira in un mondo di nuova istituzione, all'alba
di una nuova era sociologica, oltre che tecnologica; in un mondo
in formazione e in rapidissima espansione, dove grande è la possibilità
di ascendere e di cadere. L'atteggiamento del picaro è la curiosità,
il suo status è la provenienza dal nulla, ovvero la mancanza di
una tradizione, ma questo non è uno svantaggio, perché toglie ogni
inibizione e favorisce lo spirito d'adattamento: così i pionieri
dell'informatica e i talenti della programmazione sono coloro che
si sono più facilmente lasciati alle spalle le abitudini contratte
nella tradizione culturale pre-digitale. E' il lato positivo di
ciò che prima abbiamo definito: assassinio della memoria.
Come il cavaliere, che è errante, sia perché si
muove, sia perché è sviato per sentieri errati, e il motivo del
suo continuo viaggio sta anche nel non trovare mai la strada giusta,
così il navigatore in rete, seppure parte con una meta, resta affascinato
dai siti che visita e attraversa; viene presto sviato da innumerevoli
link che occhieggiano e si pongono come miraggi e trappole sul suo
cammino, prefigurando prospettive di altri siti. Il navigatore in
internet rimane spesso prigioniero di castelli incantati, per di
più interconnessi come scatole cinesi, e la sua meta viene differita
e trasformata nel percorso. Egli così è vittima consenziente del
canto di tutte le sirene, ma non soccombe a nessuna di esse in particolare,
perché di nuovo continuamente sottratto e allontanato da altri canti
di altre sirene.
Come il chierico vagante il navigatore in rete frequenta
i luoghi del sapere, prendendo i suoi insegnamenti dove ritiene
di trovarli secondo preferenze non più ostacolate dalla distanza,
e libero da condizionamenti gerarchici di scuola, attestati di studio
e legalismi burocratici. In questo senso è il discepolo della nuova
università intesa come ripristinata universalità delle discipline.
Sennonché la disciplina universalizzante, presupposto indispensabile
di tutte le altre, è la capacità stessa di navigare per riconoscere
e tracciare nuove rotte e gerarchie pedagogiche.
Infine il navigatore in rete può essere paragonato
al pendolare: il pendolarismo crea infatti un ambiente specifico,
propriamente legato al transito, che finisce per assumere una funzione
aggiuntiva alle dimensioni consuete della vita, in modo quasi stabile.
L'ambiente del pendolarismo non è quello che rapporta il mezzo al
mondo entro cui il mezzo si muove, bensì quello interno al mezzo
e costituito dall'ethos dei viaggiatori. I pendolari vivono il tempo
del transito, costituendo una società sui generis che si forma alla
partenza, dura il tempo del percorso e si scioglie all'arrivo, per
riformarsi quando si ritrovano il giorno dopo, entro la stessa carrozza
ferroviaria. Uscito dal mezzo ogni viaggiatore pendolare diventa
un altro personaggio, con interessi e comportamenti del tutto diversi.
In questo senso l'ambiente della rete, di per sé invisibile al di
fuori della schermata, è costituito anch'esso principalmente dagli
scambi informativi fra i viaggiatori per la durata della loro presenza
nel mezzo.
Sia per i pendolari sia per i navigatori di internet
si può perciò parafrasare lo slogan di McLuhan "il mezzo è il messaggio",
che diventa: il mezzo è il viaggio. La virtualità della rete fa
sì che essa esista solo per la durata della sua frequentazione.
Quando il navigatore esce dalla rete e smette di navigare, riacquista
una dimensione di vita del tutto differente, come il pendolare che
scende dal treno e ritorna alla sua vita reale.
Sappiamo peraltro che il fascino della rete è tale
da indurre talvolta a un'assuefazione che per ora consideriamo patologica,
allorché il navigatore non interrompe il suo viaggio nemmeno per
mangiare, adattandosi a mangiare panini senza staccarsi dallo schermo,
e a dormire poche ore in un sacco a pelo ai piedi del computer.
Naturalmente la fantascienza cyberpunk ha già capovolto il rapporto
tra virtualità e realtà, rappresentando i drogati della rete come
superuomini e il loro soggiorno nella realtà come una temporanea
minorazione fisica che toglie ogni senso alla vita.
Ma da che deriva il fascino della rete? Certamente
da molteplici aspetti: in primo luogo però dal fatto che, per chi
soggiorna nel transito, la rete implode quasi la totalità delle
funzioni legate all'esperienza del viaggio, che in altri tipi di
mobilità sono distribuite fra entità e agenti diversi: la rete infatti
assomma in sé i caratteri del mezzo, della strada, della meta, del
mondo, ma anche del viaggiatore e del viaggio stesso, perché solo
nel porsi come nodo costitutivo della rete il navigatore accede
ad essa e può stazionarvi.
Quando si viaggia in un mezzo che costituisce un
ambiente, per esempio una carrozza ferroviaria, ci si sposta insieme
ad essa, ma all'interno dello scompartimento e rispetto ad esso
si ha la sensazione di stare fermi. Questa doppia, ma contemporanea,
modalità dell'esperienza è accentuata dal viaggio in rete, perché,
mentre il corpo rimane fermo, ma soprattutto rimane nell'ambiente
reale, l'attenzione e tutte le funzioni mentali del navigatore si
allontanano virtualmente nello spazio cibernetico, uscendo per così
dire da lui per entrare nella macchina. Non a caso Elémire Zolla
ha parlato di "uscite dal mondo". Viaggiare in internet è dunque
in primo luogo un'accentuata separazione di corpo e mente, da un
lato simile a uno stato di estasi sciamanica, dall'altro come stato
che realizza, semplicemente in grado più elevato e problematico,
quel processo di selezione fra ciò che si lascia e ciò che si porta
con sé tipico di tutti i viaggi. Ciò che si è costretti a lasciare
è quasi tutta la sfera del sensibile, a vantaggio della sfera dell'intelligibile.
Sennonché le due sfere d'esperienza si nutrono a vicenda e la separazione
può portare a una deformazione e ad un immiserimento di entrambe.
A prima vista il soggiorno in rete appare quindi
come un'attività basata principalmente sulla conoscenza. Si tratterebbe
di una testualizzazione del mondo e di una cognitivizzazione dell'esperienza
vitale che la riduce quasi fino ad abolirla, perché abolisce i corpi.
Se Ulisse resiste alle sirene della natura vitalistica, e sopravvive
perché conserva la freddezza della mente ovvero l'intellettualità,
oltre che la saggezza, ora il pericolo è opposto: viaggiare in rete
sembrerebbe un'avventura senza referenti, tra i significati e non
tra le cose.
Se a ciò aggiungiamo ciò che abbiamo definito: capacità
di implodere la totalità delle funzioni distribuite fra i vari elementi
del viaggio, aumenta problematicamente la possibilità di collasso
di alcuni sistemi distintivi. Il fatto che il viaggiatore diventi
un nodo della rete, significa che egli stesso ne fa parte, che il
suo sito è un punto del percorso che gli altri navigatori visitano
e attraversano. Egli non solo è una fonte e un destinatario di messaggi,
ma è anche un legame, un tratto contestuale che offre un riscontro
alla fede comune nella comunicabilità; è un effetto dello scambio
sociale delle nuove comunità, virtuali o meno.
Nella percezione e nella conoscenza colui che osserva
e interroga lo spazio del mondo deve euristicamente assumere una
posizione separata dall'oggetto osservato. Nella rete invece l'orizzonte
percorribile è coestensivo del navigatore e dà luogo a un intreccio
tra l'essere, la sua dimora e la sua mobilità virtuale. L'enfasi
epistemologica del posizionamento nella rete cade su una situazione
di collasso della distinzione tra alcune modalità dell'essere e
dell'esperienza.
In termini psico-semiotici ad esempio il rapporto
segnico col referente non è più l'elaborazione della luttuosità
per l'assenza della cosa, ma una sorta di palindromo epistemico,
dove la cosalità del segno emancipa il simulacro a luogo di una
nuova geografia della complessità, dove sapere ed esperienza appunto
non sono più separati. E questo può essere inteso come regressione
in una contaminazione psicotica.
Ma a questo punto, nel navigatore in rete, comincia
a configurarsi l'immagine del nuovo soggetto, che altrove abbiamo
chiamato appunto "uomo virtuale". La sua fenomenologia, oltre la
virtualità, contempla la nodalità, vale a dire una funzionalità
capace di gestire contemporaneamente tutta la diversificazione di
rapporti che il nuovo cronotopo in cui ci troviamo ha prodotto per
noi. Essa comprende l'intreccio di vissuti cronologici diversi:
brevi e lunghi, continui e frammentati; comprende la proiezione
molteplice in ruoli diversi, privati e pubblici, attivi, passivi,
o interattivi, e a gradi diversi di socialità più o meno ampia.
Il nodo è perciò l'immagine che rivendica una capacità
di intervento rispondente alla complessità del mondo, perché rispecchia
un'epistemologia reticolare capace di proteggere l'uomo dall'attualità
e dall'alta probabilità di corto circuito e quindi di collasso operativo
che l'eccesso di attualità e identità nomadica comporta.
L'immagine del nodo affronta così la schizofrenia
funzionale dei nostri tempi, cercando di coordinare la disseminazione
in sincronismo. Cercando di legare i frammenti virtuali dell'io
in una nuova politica dell'identità, il nodo si esibisce come nuova
immagine del cuore umano.
Milano, 3 Maggio 1999
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