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DALL’INDIVIDUO VIRTUALE ALLA COMUNITÀ PERSONALE. INDIVIDUO E COMUNITÀ ALLE SOGLIE DELL’ERA CYBER.



2.3 Dal corpo virtuale alla comunità virtuale: l'orizzonte dell'intelligenza collettiva

L'approccio radicale di Haraway alla questione dell'identità sessuale e soggettiva pone in termini radicali anche il problema del rapporto con l'Altro e ci permette di introdurre l'ultimo squarcio sulla cultura cyber che intendiamo proporre: la reimpostazione del tema della comunità. Un tema tanto più importante alle soglie del nuovo millennio se si tiene conto del rilievo che ha assunto il dibattito sviluppatosi in questi ultimi anni - soprattutto nel campo della filosofia morale - tra universalisti e "comunitari", un dibattito che ha coinvolto alcuni tra i maggiori filosofi contemporanei, da Habermas e Apel a Tungenthat e Welmer . Il problema che si pone Haraway è quello di stabilire quali forme di intersoggettività permettano di postulare orizzonti comuni di socialità e di azione politica pur nel rispetto delle differenza. O meglio come avvicinarsi all'Altro senza oggettivarlo o ridurlo a livelli di alterità antagonistica; come creare un comunità di soggetti bioculturali, postmoderni, "nomadi", partire dal rispetto per le differenza.
L'opzione teorica di Haraway è quella di cercare di costruire una comunità attiva politicamente a difesa dei diritti dei più deboli, una comunità di soggetti anti-identitari e plurivochi ma proprio per questo liberi dai vizi della cultura metafisica e del dominio.
Si tratta di applicarsi alla costruzione di una comunità ideale virtuale che si configura come una rete e si incarna nella metafora della rete. "Metafora viva", la rete non indica solo una disposizione e un atteggiamento nei confronti del potere e del sapere così come della loro gestione (un atteggiamento molteplice, che tesse una rete di rapporti invece che dominare direttamente) ma anche una modalità di relazioni comunitarie che si fonda non sull'appartenenza ad una classe o ad un ideologia comune ma su di una "rete di affinità".
Il cyborg, infatti, come figurazione di questa nuova modalità di relazione sociale è un'entità che tesse legami, una figura interattiva che indica nuovi modi di interrelazione, ricettività e comunicazione globale. In questa prospettiva il concetto di comunità cyber può essere definito secondo la terminologia dell'antropologo Victor Tuner come una comunità "liminale" cioè una comunità per sua natura aperta, la cui precarietà e instabilità viene vissuta dai suoi membri come un elemento fondante. Si tratta di una comunità per sua natura antagonista rispetto alle comunità identitarie che caratterizzano le istituzioni sociali tradizionali o "normali": partiti, istituzioni consolidate etc.
E' chiaro che una comunità di questa natura, in quanto precaria e poco strutturata, contiene in sé una contraddizione - come ha ben rilevato il sociologo Julian Stallabrass - almeno relativamente al tradizionale concetto di, che per essere tale "deve aver una base in un accordo solido e stabile" , mentre la comunità virtuale appena definita sembra caratterizzarsi come un forma di legame provvisorio e instabile destinato a dissolversi rapidamente. Questo e altri problemi relativi alle caratteristiche delle comunità cyber possono essere chiariti solamente analizzando più a fondo tale concetto nella riflessione di uno dei suoi maggiori teorici.
Prendiamo perciò in considerazione la descrizione e l'analisi della comunità virtuale che fornisce l'antropologo e massmediologo francese Pierre Lévy, noto in Italia per il testo Le tecnologie dell'intelligenza e di cui è stato recentemente tradotto il volume L'intelligenza collettiva .
A parere di Lévy, le nuove autostrade elettroniche, il multimedia, le realtà virtuali e l'introduzione sempre più massiccia dell'informatica anche nel campo dei saperi umanistici configurano un rilevante mutamento di paradigma e l'apertura di uno spazio antropologico nuovo, lo spazio del sapere, che coincide con la possibile ed auspicata messa in comune dell'immaginazione e delle conoscenze presenti nella società. La precedente fase della civiltà umana era caratterizzata secondo Lévy come spazio delle merci o spazio mediatico: "nello spazio della riproduzione, della diffusione, della variazione indefinita, i segni non richiamano più le cose che designano nè gli esseri che li proferiscono. (...). Non solo il segno non rimanda alla cosa assente, ma non può nemmeno più ricondurre all'inizio della serie, all'"originale" perché, nello spazio delle merci, il segno non è che un effetto di registrazione, di riproduzione, di diffusione: solo all'interno del circuito è segno". Il nuovo spazio del sapere "è definito dal ritorno dell'essere, dell'esistenza reale e viva, nella sfera della significazione. (...). Nello spazio del sapere gli intellettuali collettivi ricostituiscono un piano di immanenza del significato, in cui gli esseri, i segni e le cose ritrovano una relazione dinamica di mutua partecipazione" .
Lo spazio del sapere non è altro che lo spazio virtuale aperto dalla nuove tecnologie: in questo spazio gli intellettuali collettivi possono, attraverso una nuova forma di comunicazione diretta e in tempo reale, superare la trascendenza del segno. Nello spazio delle merci, ovvero nella società dello spettacolo, il segno perdeva la sua valenza di mezzo per condividere e scambiare esperienze, per divenire sistema autoreferenziale di significazione: "il media è il messaggio." L'intellettuale collettivo, prodotto delle nuove tecnologie, reso possibile dall'utilizzo dei nuovi media di comunicazione in tempo reale, groupware, sistemi di informazione interattivi, multimedia interattivi, può riappropriarsi della produttività semiotica del segno sottrattagli dalla società dello Spettacolo. Dalla trascendenza del segno all'immanenza della nuova comunicazione interattiva. Le nuove tecnologie permettono, infatti, di ricostruire uno spazio virtuale di comunicazione immanente nel quale soggetti collettivi ricostruiscano il sapere come continuum vivente in costante mutazione. L'ideale molare della soggettività nell'epoca della società delle merci è incarnata dal soggetto assoluto e totalizzante di Hegel. I soggetti nomadi ed ontologicamente aperti che popolano lo spazio del sapere incoraggiano invece processi di soggettivazione molecolari, attenti alla differenze individuali ed aperti alla costruzione collettiva di un nuovo spazio di sapere liberato dalla tirannia del segno autoreferenziale e del simulacro ricombinante. Tale svolta nella direzione di una costruzione collettiva, antiautoritaria e intrinsecamente democratica ed aperta, di uno spazio del sapere immanente e non trascendente le volontà dei singoli soggetti è reso possibile, come abbiamo accennato, da un mutamento di paradigma dell'universo tecnologico.
Dalle tecnologie molari , che si rivolgono ad "individui massa" uno identico all'altro e che considerano i loro oggetti e i loro prodotti in blocco e alla cieca - pensiamo al rapporto nelle società di massa tra individuo e classe; partito ed elettori; stato e cittadini, ma anche tra messaggio televisivo e utente; tra medicina positivista e paziente - si sta passando a tecnologie molecolari, che evitano la massificazione e agiscono sui propri oggetti a livello di micro-strutture. Pensiamo alle biotecnologie - che intervengono ad esempio sulla malattia a livello genetico - o ai media telematici che non si accontentano come i mass-media tradizionali di riprodurre messaggi ma consentono un'interazione attiva tra produttore e ricettore al punto che ad esempio negli ipertesti il ruolo del lettore diviene attivo, è il lettore che sceglie il suo percorso la sua navigazione, il suo taglio di lettura.
Il discorso di Lévy è in linea con la riflessione sulla comunità di Haraway. Anche a livello sociale esiste a parere di Lévy la possibilità di passare da una gestione molare del potere e della conoscenza ad una gestione molecolare, che valorizzi le differenze e le individualità ricomponendole in una comunità della politica e dei saperi più democratica e più attenta. Così anche il rischio prospettato da Kroker e Weinstein di una definitiva de-umanizzazione dell'uomo di scontra con la possibilità, offerta dalle reti telematiche, di costruire a fronte dell'utopia negativa del cammino verso il nulla, un'utopia positiva che, sfruttando le potenzialità offerte dalle tecnologie molecolari, costruisca un futuro postmoderno a misura dell'uomo postmoderno.
Le nuove tecnologie permettono alla fine del terzo millennio di pensare ad una ristrutturazione generale delle tecniche di gestione del potere e dei saperi che passi da organizzazioni burocratiche e pesanti a forme di organizzazione sociale più fini ed attente ai bisogni individuali. La creazione di una agorà telematica permetterebbe secondo Lévy di passare anche nel mondo della cultura - che è quello che in questa sede maggiormente ci interessa - alla costruzione attraverso i nuovi mezzi di comunicazione di veri e propri intellettuali collettivi che attraverso il continuo scambio dei saperi e un processo ininterrotto di mediazione e di ridefinizione dei valori approdino a forme di democrazia in tempo reale.
La rivoluzione digitale consente, e anche in questo Lévy concorda con Haraway, la messa in relazione di soggetti nomadi, soggetti postmoderni, che hanno interiorizzato la parzialità della soggettività ed il suo carattere aperto e non definitivo, ma che proprio per questo possono accedere alla costruzione di una nuova fase della civilizzazione umana. I soggetti nomadi collettivi che infatti popolano la rete o che la popoleranno nel futuro non sono più definiti dalle tradizionali attribuzioni di status, dalla loro qualifica sociale o accademica ma derivano dalla somma delle più differenti esperienze individuali che la rete permette.
La proposta di Lévy, come quella di Haraway, è pervasa da una forte venatura etica: Lévy propone di utilizzare le nuove tecnologie come servizio per la costruzione di nuove forme di soggettività individuale e sociale che accettino la condizione postmoderna evitandone gli esiti nichilistici. Si tratta nell'uno e nell'altro caso di intressanti e stimolanti prospettive teoriche che ancora contengono numerose aporie, le quali dovranno ovviamente essere più attentamente analizzate: valga come esempio il fatto che sia Haraway che Lévy enunciano in maniera, per così dire, protrettica la nascita e la necessità della nascita di una nuova comunità virtuale di cui tuttavia non definiscono le regole di funzionamanto e di coesione interna.


Conclusioni: da Nancy a Scheler »
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