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Chi insegnerà la differenza tra poetica e politica?

 


Mai come in questi tempi universitari di inizio secolo ci siamo sentiti accusare di inerzia economica e cattive frequentazioni. La letteratura è diventata il bersaglio privilegiato da colleghi dediti ad altre e più remunerative discipline, da intendersi qui solamente in termini di studenti iscritti e corsi di laurea con florido bilancio. Ogni tanto, è vero, affiora un vecchio adagio: tra tutte le risorse cominciano a scarseggiare le risorse simboliche. Non staranno per caso esaurendosi? E la creatività, come continuava a dirsi sino a pochi anni fa? E allora come faremo a vivere? O, meno drammaticamente, siamo dei mutanti o no, come viviamo? Ma, ancor più grave, chi li inventa gli slogan pubblicitari, se non sa di lettere e di arti? I più audaci azzardano persino un "Come si scrive se non si legge?". Ma via, il mercato risolve sempre tutto persino in un'Italia dove la rinuncia alla ricerca è presentata come una necessità ineludibile. Chi aveva scritto: "Terra di naviganti, di poeti, di eroi"?
Con diffidenza platonica nei confronti dei poeti, sappiamo che i naviganti, almeno in rete ci sono, e gli eroi siamo noi.